Cloud computing

A Natale mi sono regalato uno smartphone Android, per la prima volta nella vita, e quindi ho passato un po’ di tempo a spippolare, come sempre succede in questi casi. Ho installato tutti i miei social network, ora sono un individuo sempre connesso (o quasi), e nei prossimi mesi esplorerò per bene le funzionalità dell’aggeggio (da non utente, sono sempre stato scettico sulla reale utilità di questi aggeggi, ma forse potrei cambiare idea in un futuro non troppo remoto).

Ad un certo punto ho provato a scrivere delle note tramite il tastierino, ma non è che funzioni benissimo: lo schermo è piccolo, i miei polpastrelli sono grandi, e azzeccare il tasto giusto non è facilissimo. Per fortuna che c’è il riconoscitore vocale! Clicchi sull’icona del microfono, e cominci a parlare normalmente, e il testo appare magicamente sullo schermo dopo pochi istanti e con pochissimi errori. “Uau”, ho pensato, “funziona benissimo!”

google-vocie-recognition

A dire la verità funziona anche troppo bene. Mmm, facciamo una prova. Disabilito il wireless e la connessione dati, e riprovo. Ma l’icona del microfono adesso non c’è più: non è possibile fare riconoscimento vocale quando sono off-line. Ecco la spiegazione: l’applicazione di riconoscimento vocale è un classico esempio di cloud computing.

Che vuol dire? Vuol dire in generale che la potenza di calcolo di un computer o di un dispositivo mobile viene aumentate usando ricorse remote di rete: la famosa nuvola. Lo smartphone viene utilizzato come un terminale evoluto, il cui scopo è semplicemente di prendere l’input dell’utente, e di mostrare l’output. Il calcolo vero e proprio viene “off-loaded” a un computer remoto. Possibilmente il calcolo viene parallelizzato in modo da eseguirlo più velocemete su tanti calcolatori.

cloud-computing

Ora, i nostalgici che frequentano qusto blog ricorderanno come funzionavano i maniframe di una volta: un solo calcolatore centrale (il mainframe) e tanti terminali stupidi tutti collegati (in seriale!) al calcolatore centrale. Qui la faccenda è molto più complicata: problemi di sicurezza, distribuzione del carico, parallelizzazione, ottimizzazione delle risorse, risposta in tempo reale… c’è tanta ricerca, ricerca in cui naturalmente le grandi aziende come Google sono molto avanti, mentre  l’università arranca molto dietro.

Nel nostro caso, l’app prende la nostra voce (e chi sa che altro) e la spedisce ai server google, che rispediscono indietro il testo. Naturalmente, viene subito fuori il probema della privay: che se ne fa Google dei nostri dati? Beh, li usa per i suoi scopi, ovviamente. O pensate che a Mountain View siano tutti dei benefattori dell’umanità? Per ora, Google dice che i nostri dati vengono trattati in maniera anonima. Ma se nel futuro dovessero trovarsi eonomicamente in difficoltà, io non mi stupirei più di tanto se ricevessi sulle pagine web pubblicità personalizzata a seconda di quello che ho dettato a Google! Che ne so, se prendo una nota “prenotare l’aereo per Pisa”, i banner pubblicitari delle compagnie interessate a venermi un biglietto Parigi-Pisa cominceranno ad apparire sulle pagine web che visiterò da quel momento in poi.

E poi, ci potrebbe essere di peggio, naturalmente: se siete persone importanti, e con nemici importanti, evitate di usare i riconoscitori vocali moderni, mi raccomando!

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Commenti

  • piergiu  On 13 gennaio 2013 at 13:14

    Se sul terminale è presente Google Now, ci si spaventerà di più in futuro! Raccoglie tutte le info sulle ricerche passate e offre una schermata ricapitolativa di cose da fare, aerei o treni da eventualmente prendere, appuntamenti, tempo necessario per arrivare al lavoro secondo il traffico corrente….e ovviamente il meteo e tante altre cose, ma senza che nessuno abbia mai chiesto nulla esplicitamente. comodo per carità, però quando ci azzecca, lo stupore di trasforma in soggezione ..

  • juhan  On 13 gennaio 2013 at 14:03

    Bello, due piccole osservazioni.
    1) Da vecchio: non solo i mainframe: i vari PDP e il “mio” Prime erano i “mini”, cioè armadi ragionevoli. E HP vendeva i suoi personal a certa gente definendoli “terminali intelligenti”.
    2) L’anno scorso quando parlavo di neve (ne avevamo davvero tanta) Google mi consigliava di visitare la Groenlandia (non sarebbe una cattiva idea), poi ha smesso. Forse è solo un caso.
    Ma gli smartphone sono sempre più indispensabili. Io sono quasi sempre a casa quindi mi serve meno ma controllare le mail in giro per esempio è comodo. E puoi rispondere al volo.
    Sì lo so che lo sanno tutti, lo fanno anche qui da noi in fondo alla Padagna ormai 😉

  • hronir  On 14 gennaio 2013 at 09:27

    Eh, io mi tengo il mio caro vecchio HTC Desire Z, che ormai di smartphone con tastiera fisica QWERTY non ne fanno più, mannaggiallòro…

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