Julia e le zines

In questi giorni per recoverarmi da Haskell ho refattorato un vecchio programma. Anzi no, cambiato tutto, riscritto in Python. La tentazione era di usare un altro linguaggio, completamente differente, questo sarebbe stato il kernel

Ma spesso ci sono vincoli d’ambiente, detto in altri termini non tutti sanno quant’è bello Racket, e allora Python, con uso massiccio di dizionari. Si sarebbero potute seguire altre vie, p.es. usare un database ma –OK, troppo lungo raccontare tutto.

Ho riscoperto cose, come la legge di Hofstadter ma non solo. Ho detto in precedenza che un’analisi insufficiente è la causa di frequenti cambiamenti e rifacimenti ma sbagliavo: mi è capitato più volte di sentirmi dire “ah! 💥” e modificare il codice della sessione precedente, come ho fatto a non pensarci  prima  subito? 😡 C’è spesso un modo più semplice 😋

Non metto il codice, troppo lungo, anche perché sicuramente privo di interesse per il mondo intero.

Post troppo corto? Allora, combinazione ho proprio qui una cosa che devo raccontare, troppo bella. Anzi belle, un mucchio di zines. Lascio la parola all’autrice, Julia b0rk Evans:

A zine is a short, usually self-published booklet. Most people who are familiar with zines probably know them from punk zines, art zines, literary zines, feminist zines, or anarchist zines. I love zines like that, but I’ve been doing something a little different — for the last 3 years, I’ve been writing zines about programming concepts!

To get an idea of what I’m talking about in this post: I have a bunch of zines you can read for free at jvns.ca/zines. If you love those you can buy my latest Linux zine at bite-size-linux.

OK, c’è tutto qui. E Julia si può seguire su Twitter e sul suo blog. Trasmette entusiasmo 😍

Le zines mi ricordano gli appunti che prendevo a scuola (si usa ancora, lo {fate | avete fatto} anche voi vero?) Ma gli appunti di b0rk hanno un qualcosa in più: se saltavo una lezione e usavo gli appunti di un compagno non mi trovavo, non erano miei, comprensibili, non attivavano i collegamenti a quanto detto dal prof. Ah! ecco, trovato: le pagine di Julia sono come i trasparenti, acetati, slides –quelli che adesso sono diventati digitali e (finalmente) si ci è accordati a come si chiamano. E, a differenza di quanto capita a volte, quelli di Julia sono fatti bene, funzionano senza il relatore che parla (a volte legge). Per essere zines propriamente dette andrebbero stampate, ma anche no.

Dice Julia che non dicono tutto-tutto. Vanno integrati, come dice qui: a “further reading” page for the end of my command line tools zine. Quando si dice la serendipity: il tweep b3h3m0th commenta, con un suggerimento.

Vero. Io, per esempio, ho scoperto che i dizionari in Python sono cambiati, πάντα ῥεῖ, e allora via con la documentazione.

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